Farmaci mirati per ridurre il pericolo delle fratture

Il parere del Dott. Roberto Lovato, specialista del Centro Osteoporosi e Malattie Metaboliche dell’Osso della Casa di Cura Villa Berica

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In Italia avvengono oltre 400 mila fratture correlate alla fragilità ossea. Si tratta di fratture vertebrali, costali, polso, omero, bacino e femore. Davvero troppe, se si pensa che nel prossimo ventennio la percentuale di persone al di sopra dei 65 anni aumenterà del 25%, con una conseguenziale impennata nella incidenza delle fratture. Il peso è anche economico, dal momento che i costi complessivi annuali che lo Stato deve sostenere per le fratture da fragilità –in termini di assistenza, disabilità, prevenzione- sono stimati in 7 miliardi. E’ bene poi ricordare l’aspetto umano legato essenzialmente a chi soffre, soprattutto per gli anziani che dopo una frattura vedono aumentare le probabilità di morte per conseguenze in qualche modo legate alla frattura stessa o comunque di perdere definitivamente la propria autonomia. Nel Veneto, che ha sempre prestato al problema particolare attenzione, già nel periodo 2000-2011 si è registrata una diminuzione delle fratture di femore nelle donne oltre i 65 anni, grazie probabilmente a strategie di prevenzione intraprese sin dagli anni 2000, tra cui una campagna di prevenzione del deficit di vitamina D negli anziani. Tutto ciò è stato del resto sottolineato nel recente decreto n.15 del 23 febbraio 2017, che rappresenta un vero e proprio documento di indirizzo per l’impiego dei farmaci nel trattamento dell’osteoporosi, finalizzato al miglioramento dell’appropriatezza terapeutica, e quindi con l’obiettivo di indirizzare le risorse farmacologiche verso i pazienti a maggior rischio di frattura. Infatti, dal più recente rapporto Osmed del Ministero della Salute, emerge che in Italia meno del 30% delle persone a maggiore rischio di frattura è in trattamento con farmaci specifici per l’osteoporosi. Nonostante però gli sforzi messi in campo fino ad oggi ed i risultati raggiunti soprattutto nella Regione Veneto, ci sono ancora molte cose da fare. L’obiettivo è che almeno l’80% dei pazienti ad alto rischio di frattura (cioè coloro che hanno già subito una frattura, o sono in terapia cortisonica cronica, o hanno valori alla densitometria ossea esageratamente bassi), possa essere avviato ad una delle molteplici terapie oggi disponibili, in grado di ridurre considerevolmente il rischio di nuove fratture. Inoltre il decreto, rivolto in particolare ai medici di famiglia e specialisti, passa in rassegna tutti i farmaci oggi disponibili, con le evidenze di efficacia per ciascuno di essi desunte dalla letteratura scientifica, e fornisce sintetiche linee-guida circa la durata delle terapie e gli effetti collaterali più frequenti, rapportati alle singole famiglie di farmaci. Insomma, per la prima volta, un vademecum specifico per migliorare l’appropriatezza terapeutica in questa importante patologia cronica ed invalidante.

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